3 motivi per vedere la mostra di Edward Hopper (via Vanity Fair)





Office in a Small City


Dal 26 gennaio al 17 maggio alla Fondazione Beyeler di Riehen si apre una grande mostra sul pittore dei grandi silenzi e delle indelebili icone, della luce più spietata e dal vero spirito americano


Hopper è il Salinger dell’arte: un solitario con il culto del dettaglio, un generatore di icone. La più nota: Nighthawks – i Nottambuli – con quattro tipi al bancone di un bar, quintessenza dell’incomunicabilità (il quadro è del ’42, ma potrebbero avere in mano un telefonino, tanto la situazione ci appare familiare). È un evergreen: guardi un suo quadro e capisci perché questi States, oggi, sono così come appaiono.
Aveva già colto tutto, Edward Hopper (1882-1967), e tutto aveva dipinto: la solitudine desolata dell’America urbana e quella sconfinata dell’America rurale. Ai suoi paesaggi la Fondazione Beyeler di Riehen (pochi chilometri da Basilea: indirizzo noto a chi ama l’arte in Europa) dedica ora una grande mostra (dal 26 gennaio al 17 maggio) che ci ricorda almeno 3 motivi per «esercitare il culto» di Hopper.
1. È il pittore più citato sul grande schermo. Da Alfred Hitchcock (la villa di Psyco è stata scelta pensando alle bianche case vittoriane ritratte da Hopper) a Balla coi lupi (i paesaggi selvaggi hanno guidato Kevin Costner), mentre lampioni, distributori di benzina e motel sono disseminati nei film di David Lynch e Wim Wenders. Proprio un inedito corto in 3D di Wenders (Two or three things I know about Edward Hopper) è una delle chicche in mostra alla Beyeler.
2. Hopper parlava poco, con la stampa mai (quando, nel 1956, il Time gli dedica la copertina, va infatti su tutte le furie). Insicuro e indolente, era nato a Nyack, sul fiume Hudson, da una famiglia borghese che lo avrebbe tanto voluto architetto navale. Comincia a dipingere regolarmente al rientro da un viaggio a Parigi, per mantenersi fa (controvoglia) l’illustratore ma senza il piglio della moglie Jo, «compagna-musa-badante», mai avrebbe raggiunto la fama. Oggi è tra gli artisti del ’900 più «instagrammati», ma già nel ’36 i critici ne elogiavano i dipinti: no, non fu un genio incompreso. A proposito di Jo: fu la sua unica modella.
3. Rappresenta il vero spirito americano, non il «sogno americano». Tutto è «made in Usa» nella pittura di Hopper: stazioni di servizio, bar, fari e navi, interni di appartamenti, vedute. Sanno di «già visto», ma la sua luce spietata li colora di inquietudine. Il posto del cuore di Hopper resta indubbiamente Cape Cod, New England, e la massima aspirazione sta nel «ritrarre i raggi del sole sulla facciata di una casa». La vita – ci dice – è fatta di attese (di che cosa? I personaggi delle opere guardano sempre altrove). Altro che american dream.